Qua dentro non si respira

Non mi riferisco all’odore di uomo, piedi e ascelle che si respira in ufficio ultimamente, tra sole, afa e dubbi sull’igiene personale di un paio di colleghi, no.

Qua dentro, dentro di me, non si respira. Manca l’aria.

Oggi Capo Burbero mi ha avvista di aver mandato una richiesta di partecipazione a due conferenze… a nome mio.
Ho balbettato in pubblico una volta e adesso tutto l’ufficio s’è convinto che devo diventare la portavoce dell’azienda. E stanno facendo di tutto per farmelo fare, volente o nolente.

Oltre alle richieste assurde di diventare la commerciale, di fare preventivi (altra inopportuna richiesta di stamattina), e poi boh, credo che il tetto abbia bisogno di una mano di catrame, vado io!

Mi sento proprio mancare l’ossigeno, i pensieri sono tutti annebbiati, gli occhi mi pizzicano perché sto trattenendo le lacrime, col cazzo che vi do la soddisfazione di vedermi crollare, piangerò nel parcheggio per la gioia dell’impiegato al gabbiotto, ma qui dentro mi vedrete versare solo gocce di sudore, altroché.

Stasera che Brontolo non c’è mi mangio tutto, tutto quello che trovo: le patatine che sono già iniziate, il pane di ieri che si secca, le pesche, il ketchup sui cracker che tanto sta per finire e togliamolo dal frigo, no? E poi il pane da toast, sono rimase poche fette, mi da fastidio vederle lì, e poi anche i biscotti si.

Riesco a pensare solo a quei biscotti adesso: croccanti, corposi, avvolgenti, a tutte le briciole di impasto e cioccolato che cadranno sulla mia maglietta e che mangerò lo stesso, perché non si butta via niente, no, e dopo un po’ mi daranno la nausea ma io li mangerò lo stesso, perché sarà diventato automatico, infilare la mano nel sacchetto, il fruscio, le briciole, il biscotto che sale verso la mia bocca, il morso, altre briciole, il masticare meccanico, la pallina di biscotto e saliva che mi resta appiccicata ai molari e la lingua che la va a staccare, la porta dall’altra parte della bocca e poi al centro, pronta per essere deglutita mentre la mano è già pronta con un altro biscotto, a mezza via, senza neanche poter prendere fiato, finché non saranno finiti tutti o non mi verrà mal di pancia o tutte e due perché io quei biscotti li devo finire fino all’ultimo, sarà come se non li avessi mai comprati.

Oh Jesus God No

Ieri, Milano. Terzo incontro con un cliente importante, sono quella che dovrà produrre il report degli incontri, la ragazza che prende appunti nel gruppo di 3+1, dove il +1 è la nostra responsabile commerciale (Chihuahua da TSO) che a fine mese se ne andrà dall’azienda.

Siamo seduti in questo ufficio di legno, pavimento di legno, muri coperti di legno, travi di legno nel soffitto, tavolo di legno… solo le sedie sono di plastica, ruvida, rovinata, appiccicosa grazie al clima tropicale Milanese (solo nei giorni in cui ci sono io), tristissime.

Chihuahua da TSO seduta accanto a me, si avvicina al mio orecchio e mi bisbiglia “Senti Nicole, hai mai pensato di prendere il mio posto come commerciale?“.

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Al mio immediato rifiuto Chihuahua da TSO fa una smorfia come se le avessi detto che ho rapito suo figlio e l’ho appeso a testa in giù dentro la vergine di Norimberga.
Tento di farle capire che non ho il carattere adatto, non sono capace di andare da un cliente sconosciuto e martellarlo per settimane chiudendo un contratto dai vincoli assurdi. Non conosco il mercato, non so anticipare i trend, non ho nemmeno mai pensato potesse essere una strada, non mi sono mai interessata.

Ma sai, sei molto allineata alla cultura aziendale e poi non devi fare come me, per l’azienda è meglio una persona meno aggressiva che attragga i clienti scrivendo sul blog e su facebook, che produca contenuti di qualità e sappia a chi rivolgersi… poi basta alzare il telefono e chiudere il contratto, questo lo puoi imparare“.

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Al ritorno sul treno ne parlo con Collega Gentile che mi confessa di essere stato avvisato una settimana fa della cosa.
Stamattina in ufficio con Capo Burbero chiedo chiarimenti, visto che il licenziamento della commerciale e la ricerca di una nuova lo sta seguendo personalmente lui (che è stato il primo commerciale dell’azienda). Mi ha detto “Si lo sapevo, ma non so dirti nemmeno io se puoi ricoprire quel ruolo… parliamone con Chihuahua da TSO prima che finisca il suo contratto e valutiamo“.
Ne ho parlato con Collega Barba da Capretta e dopo avermi riso in faccia mi ha detto “Prova, che sarà mai… se fai schifo te lo diranno“.

AH BEH.

Non c’è niente da fare

Ieri ho preso un giorno di ferie per andare al mare con la mia amica che ha solo il giovedì come riposo. Ovviamente dopo settimane di sole e caldo torrido, e prima di altre settimane di sole e caldo torrido, ieri, pioveva.

Siamo andate a prenderci un caffè nel pomeriggio, mi ha raccontato un po’ di casi umani che vede al lavoro, le ho raccontato un po’ del disagio che vedo in ufficio… tutto era impossibile: lavoro con 18 uomini che tolti dallo schermo del pc non sanno interagire nemmeno tra di loro, una madre single che si alterna tra “voglio un uomo, devo rifarmi una vita, mi manca il pisello” e “mio figlio si addormenta solo se lo abbraccio, mangia solo se lo imbocco, respira solo se glielo ricordo, non voglio separarmi da lui per più di 5 minuti“, un gay represso, una nazi-femminista vegetariana, un leghista sosia di Krusty il Clown e un paio di soggetti che vorrei investire con un carro armato per quanto sono viscidi. Mi serviva come minimo una vacanza di 15 giorni per raccontarle tutto il disagio in cui nuota il mio ufficio.

Sta di fatto che mentre parlavo con lei vedevo i suoi occhi che brillavano, a volte qualche cenno di sorpresa… se n’è uscita dicendo “ma lavori in un posto bellissimo!” alla fine dei miei racconti tragicomici.

Non c’è niente da fare.

Sono un’eterna infelice.

Lamentele su me stessa

Ieri sera ho fatto il secondo piercing al labbro, completando l’opera in carne umana e alluminio iniziata lo scorso dicembre (sarà esposta nei migliori musei il prossimo autunno).

PORCA VACCA QUANTO BRUCIA

Se col primo il labbro mi si era gonfiato alla Nina Moric, oggi mi sento come quelle donne africane col dilatatore labiale… giuro, secondo me stavolta mi cade il labbro.

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Sono giusto un filino più pallida

Cose che mi intrippano

Oggi apro (e conoscendomi, chiudo) una nuova entusiasmante, esilarante, eclettica, ermetica, estintore… rubrica.

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Sciaboliamo lo Champa…. ah no.

Cose che mi intrippano

Le cose che mi intrippano (termine tecnico, derivato dal trip, il viaggio sotto acidi che il mio cervello mi fa fare anche senza la materia prima, olè), dicevo, le cose che mi intrippano sono tutte quelle nozioni inutili che scopro navigando nel magico mondo che è Internet, e che in quel momento mi sembrano interessantissime, mi portano a cliccare un link dopo l’altro che da “ricetta per torta all’acqua” a “asteroide 11059 Nullisverba” è questione di secondi.

Oggi vi parlo (quanto mi sento Alberto Angela… solo più ignorante e meno bonazza) del paradosso del compleanno. Se non ve ne frega niente e siete curiosi di sapere come ho fatto ad arrivare a questa scoperta, andate qui (ma sentitevi in colpa).

Il paradosso del compleanno afferma che la probabilità che almeno due persone in un gruppo compiano gli anni lo stesso giorno è largamente superiore a quanto potrebbe dire l’intuito. In questo caso la parola paradosso non è una contraddizione logica ma una contraddizione dell’intuizione naturale. Molte persone (me compresa) stimano che questa probabilità cresca molto più lentamente con la numerosità del gruppo.

Per essere più specifici: in un gruppo di 23  persone la probabilità che due persone compiano gli anni lo stesso giorno è del 51%. Con un gruppo di 30 persone si supera il 70% e con 50 persone si arriva al 97% (!).
Per arrivare al 100% servono 367 persone (come ci insegna il principio dei cassetti), poichè le prime 366 potrebbero compiere gli anni ognuna in un giorno diverso dell’anno, e la 367 coinciderebbe per forza con qualcun altro (parlando per anni bisestili).

Pensandoci, nel mio gruppo di amici nel periodo delle superiori, un gruppo enorme fatto di amici di amici di amici, dove eravamo amici un po’ tutti per convenienza e per aver qualcuno con cui limonare a san lorenzo e a capodanno, ecco in questo gruppo avevamo ben 3 nati il 9 dicembre e altrettanti il 10 settembre, con altri doppi compleanni a settembre e novembre.
Per non parlare delle file di compleanni: dal 20 al 24 novembre, dal 1 al 10 dicembre, dal 16 al 20 gennaio… insomma, la gioia per il mio portafoglio.

Come l’ho fatto!

Stavo controllando il mio piano ferie nel calendario del lavoro e ho notato che il mio Capo Burlone ha segnato tra qualche settimana il suo “15.000 non compleanno”. Sono tornata al pc e ho cercato “calcolo non compleanno”, mi sono saltati fuori i video di Alice nel paese delle meraviglie, la definizione di “non compleanno” e quella del paradosso su Wikipedia. Sono tornata a controllare il calendario per vedere se in azienda, che siamo 24, c’erano coincidenze e no, non ci sono.

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Sto gradualmente cambiando mansione al lavoro, ve l’ho detto? Ve l’ho detto.
Vi ho detto anche che se continua così arrivo in ufficio con il coltello che usa mia mamma per tagliare a metà le angurie, e taglio a metà un po’ di persone?
Poi con la mia solita grazia ed eleganza mi taglierò un braccio, l’ho già messo in conto.

È difficile rispettare tutte le scadenze quando la gente pensa che tu non faccia un cazzo dalla mattina alla sera. Arrivano, sganciano la bomba, vanno via. Poi ti richiamano dopo un tempo irragionevole per dirti che “La cosa da finire per venerdì mi serve oggi (oggi è lunedì)“, oppure “Ti ricordi quella cosa da organizzare questa estate… mi sono dimenticato di dirti che è tra due settimane, bisogna che ti liberi del resto e ci pensi tu” (certo, figurati, come dicevo prima io non faccio un cazzo tutto il giorno e sto qui per te).

Se poi l’unico che ti può aiutare, seguire, guidare, quello che ti ha proposto il cambio mansione perchè era meglio per te, quello che crede tantissimo nel tuo potenziale… ecco, lui, se lui diventa padre e POP, scompare dalla faccia della terra tu puoi solo alzare le mani e strangolare il primo che passa fermarti lì.

In tutto ciò i futuri inquilini della capanna in cui sto ora passano ogni sera per prendere le misure, come se potessero intervenire in qualche modo su quella tristezza di appartamento. Quindi mi tocca sorridere e tenere sempre pulito.

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Camminando

Ieri quanti desideri lasciati a metà
ancora qua
ma vado avanti e non ho più rimpianti
domani sarà quando sarà
perché un po’ d’insicurezza no, non è una malattia
meglio avere dubbi che false certezze
se non altro da più possibilità

Così cantava Massimo Di Cataldo in “Camminando”, così strimpellavo io con la chitarra mentre preparavamo il saggio di fine anno 20 anni fa.

Oggi giornata importante, abbiamo fatto un meeting con un cliente e per la prima volta ho partecipato nel mio nuovo ruolo “manageriale”.
Stamattina appena arrivata in ufficio ho pianto per almeno 15 minuti, chiusa in bagno, col rubinetto dell’acqua aperto un po’ per nascondere i singhiozzi, un po’ per raffreddarmi il viso e gli occhi.
Alla fine la giornata è andata bene, il contratto l’abbiamo chiuso, i miei colleghi erano soddisfatti, ci siamo presi una birra al bar sotto l’ufficio prima di tornare a casa, chi in treno, chi in macchina, io camminando col mio zaino in spalla.